Il gioco dell’aggettivo.

Di una cosa sono convinta: il mio lavoro non può e non deve diventare routine.

Non posso permettermi di pensare che un servizio fotografico sia come un altro, tanto meno di agire “in serie”, replicando le medesime azioni automatizzate per tutti gli immobili che mi affidano.

Ogni casa è unica: proprio come le persone ha un suo carattere, un proprio temperamento. È compito mio come fotografa di comprenderlo e comunicarlo. Per quanto strano possa sembrare, devo entrare in empatia con l’appartamento, ascoltarlo, capirlo, restituirlo nella sua veste migliore.

Contrariamente, sarebbe come fingere di ascoltare la persona che mi sta parlando, dimenticarne il nome dopo due secondi dalla presentazione.

Prima di montare l’attrezzatura chiedo sempre a chi mi accompagna – i proprietari, piuttosto che l’agente immobiliare, l’host o il property manager – di mostrarmi l’abitazione. Questo è il momento più importante di tutti, perché è il momento in cui “le case mi parlano”. Alle volte infatti bisogna andare un po’ oltre a quel che semplicemente si vede, bisogna “tendere le antenne”, leggere tra le righe, intuire quel che un altro abitante, una personalità diversa, potrebbero far emergere.

Le immagini che andrò a creare, ancor di più se mi viene chiesto un video, devono seguire un fil rouge, raccontare una storia, avere una caratteristica comune tra loro.

Spesso mi aiuto con un giochino: all’inizio del servizio, dopo aver visto l’immobile, cerco una parola, un aggettivo o una suggestione che lo caratterizzi. Poi uso questa parola come vade mecum: nel definire il taglio di un’inquadratura, nello scegliere il dettaglio su cui focalizzare l’attenzione, nel selezionare la musica adatta ad accompagnare il video tour, ricerco quell’aggettivo, quella sensazione, quell’ispirazione.

Solo quando ogni strumento richiamerà quell’idea, quando ogni elemento sarà coerente ed armonico con gli altri, allora e solo allora il progetto di comunicazione potrà dirsi per me soddisfacente…e no, evidentemente non può essere standardizzato.

nb. foto e video si riferiscono ad un appartamento recentemente fotografato a Cassano D’Adda (MI) . Indovinate qual era l’aggettivo?

Ricominciamo…!

La scorsa settimana sono potuta felicemente tornare “sul campo”, finalmente nelle case, per ascoltare e raccontare le loro “storie future”.

È stato strano, devo ammetterlo, indossare tutti i DPI i necessari, che mi fanno somigliare più ad un alieno che ad una donna, non stringere la mano ai clienti nè poter bere un caffè insieme, ma più di tutto mi è mancato il sorriso….o meglio: io sorrido sotto la mascherina ma chiaramente non si vede, e questo è ciò che mi pesa di più, perché il sorriso è per me il primo contatto per chiedere di entrare in punta di piedi nel mondo dei proprietari, proprio in quel momento delicato in cui tutti diciamo loro come dovrebbe essere la casa per attirare più clienti, quanto dovrebbe costare, come dovrebbe essere illuminata e via discorrendo. Proprio quella casa in cui hanno abitato, a cui sono affezionati e che per di più in questo periodo potrebbe essere stata la loro unica protezione dal virus.

Ho sentito che più che mai c’era bisogno di delicatezza, di un sorriso più rassicurante del solito e che purtroppo non hanno visto.

In questo momento di contatti negati allora c’è necessità anche di nuove modalità, di nuovi strumenti. Le visite agli immobili sono ancora da evitare il più possibile, eppure, gli acquirenti non mancano e bisogna dar loro modo di comprendere e visualizzare al meglio gli immobili.

Sto andando oltre la fotografia quindi, affiancandola ad altri strumenti, maggiormente immersivi:

  • il virtual tour, cercando di dettagliarlo il più possibile con tante riprese ed inserendo punti di interesse dove spiegare ulteriori dettagli
  • il video (che, confesso, sta entrando nel mio cuore tra gli strumenti preferiti) che mi permette di descrivere gli spazi mentre li percorro e contemporaneamente di presentarli in maniera emozionale grazie al giusto montaggio…uno strumento potentissimo, stimolante – anche per me – e declinabile in molte sfumature.

Se umanamente mi è mancato il contatto con le persone, operativamente invece sono pienamente soddisfatta: questa ripresa è stata super-stimolante e mi ha fatto venire ancora più voglia di non fermarmi mai, di continuare a studiare nuovi modi per comunicare, sperimentare nuovi strumenti (con risultati migliorabili, certamente), adottare nuove tecniche per arrivare sempre al mio obiettivo principale: non la perfezione, ma IL RACCONTO.