Il gioco dell’aggettivo.

Di una cosa sono convinta: il mio lavoro non può e non deve diventare routine.

Non posso permettermi di pensare che un servizio fotografico sia come un altro, tanto meno di agire “in serie”, replicando le medesime azioni automatizzate per tutti gli immobili che mi affidano.

Ogni casa è unica: proprio come le persone ha un suo carattere, un proprio temperamento. È compito mio come fotografa di comprenderlo e comunicarlo. Per quanto strano possa sembrare, devo entrare in empatia con l’appartamento, ascoltarlo, capirlo, restituirlo nella sua veste migliore.

Contrariamente, sarebbe come fingere di ascoltare la persona che mi sta parlando, dimenticarne il nome dopo due secondi dalla presentazione.

Prima di montare l’attrezzatura chiedo sempre a chi mi accompagna – i proprietari, piuttosto che l’agente immobiliare, l’host o il property manager – di mostrarmi l’abitazione. Questo è il momento più importante di tutti, perché è il momento in cui “le case mi parlano”. Alle volte infatti bisogna andare un po’ oltre a quel che semplicemente si vede, bisogna “tendere le antenne”, leggere tra le righe, intuire quel che un altro abitante, una personalità diversa, potrebbero far emergere.

Le immagini che andrò a creare, ancor di più se mi viene chiesto un video, devono seguire un fil rouge, raccontare una storia, avere una caratteristica comune tra loro.

Spesso mi aiuto con un giochino: all’inizio del servizio, dopo aver visto l’immobile, cerco una parola, un aggettivo o una suggestione che lo caratterizzi. Poi uso questa parola come vade mecum: nel definire il taglio di un’inquadratura, nello scegliere il dettaglio su cui focalizzare l’attenzione, nel selezionare la musica adatta ad accompagnare il video tour, ricerco quell’aggettivo, quella sensazione, quell’ispirazione.

Solo quando ogni strumento richiamerà quell’idea, quando ogni elemento sarà coerente ed armonico con gli altri, allora e solo allora il progetto di comunicazione potrà dirsi per me soddisfacente…e no, evidentemente non può essere standardizzato.

nb. foto e video si riferiscono ad un appartamento recentemente fotografato a Cassano D’Adda (MI) . Indovinate qual era l’aggettivo?

Come nasce una foto? Ovvero: “di addii e di nuovi amori”.

Come nasce un servizio fotografico? Anzi, come nasce uno dei miei servizi fotografici?

La maggior parte delle volte in cui sono chiamata a lavorare su un immobile, che sia per le sole fotografie o anche per un allestimento (in realtà non c’è mai una distinzione vera, ma questo lo approfondiremo poi), incontro delle persone ed un immobile che stanno per dirsi addio. Quella casa nel tempo ha visto succedere tante cose, ha accolto vite, ha incorniciato emozioni.

Non è facile lasciarla andare, ma c’è sempre un motivo per cui questo deve succedere.

Bisogna al contempo facilitare un distacco per favorire un nuovo incontro.

Per questo, tutti insieme, io, i proprietari, gli agenti immobiliari, stiamo cercando nuove persone che se ne innamorino.

Credo che il modo migliore di compiere questo passaggio sia valorizzare al meglio l’immobile, senza cancellare con un colpo di spugna il passato, ma facendosi ispirare da esso per stimolare nuovi sogni e magari portare alla luce qualche dettaglio che finora è passato inosservato.

Mettere in luce gli aspetti migliori di una casa, darle nuova luce, riportarla ad un ordine e ad una vitalità nuovi è per me una forma di rispetto nei confronti di chi l’ha amata. Allestire “scenette”, suggerire situazioni di vita, creare suggestioni è al contempo il mio modo di consegnarla a nuovi abitanti, che lì alimenteranno i loro sogni e costruiranno i loro progetti.

Non è quasi mai questione di inquadratura, di parametri di scatto o di scelta dell’obiettivo più performante.

È sempre questione di Amore e di Rispetto. Almeno per me.

Ti sei mai trovato nella situazione di dire addio ad una casa che hai amato? Come ti sei preparato? chi ti è stato d’aiuto?